Il bambino che urlafischia: Isidoro Sifflotin.

“Chi non ha sofferto, canticchia.

Chi ha sofferto, canta.”

 

Isidoro è un bambino speciale, perché ha un dono: sa fischiare. Ma non come gli umani, no. Isidoro fischia come gli uccelli, e con gli uccelli comunica come con gli uomini. Urlafischia. All’età di due anni stringe amicizia con Alì, un merlo indiano che lo accompagnerà nelle sue avventure.

In un’atmosfera fiabesca, il romanzo di Enrico Ianniello assume i connotati di un romanzo di formazione, con tratti picareschi rivisitati in chiave moderna, e affronta le tematiche del mondo contemporaneo con la freschezza e la spontaneità dello sguardo di un bambino. Il protagonista cresce in una famiglia assai inusuale: il papà, Quirino, sindacalista e romantico, ha una sensibilità particolare per le parole, che tratta come gioielli preziosi, custodisce in scatole, plasma e modella a suo piacimento per creare una lingua dei sentimenti e delle cose. Grazie al suo strabismo, dice, riesce a vedere più degli altri. La mamma, Stella, è una donna dal vitalismo travolgente, prodiga di infinito amore. Eccezionale pastaia, ha una veracità tutta popolare e affronta la vita con la praticità di chi ha abbastanza esperienza da sapere trovare la felicità nelle piccole cose. L’infanzia di Isidoro è avvolta da nubi di farina da impastare, circondata da amore semplice, riscaldata dall’affetto sociale di una piccola comunità – quella di Mattinella, sulla caviglia dello stivale d’Italia -, impreziosita dall’amicizia di Alì e dalle suggestioni esotiche della sua terra di provenienza, l’ “Indolesia”, come Isidoro crede che si chiami.

La lingua del libro è quanto di più creativo si possa immaginare. Ianniello gioca con le parole, le scompone e ricompone, le strania e le incolla alle cose. Sulla base di un italiano dialettizzato, l’autore inserisce le creazioni linguistiche di Quirino, le perle di saggezza di Stella, le riflessioni infantili di Isidoro. Il mondo dei protagonisti e dei personaggi che li circondano, a loro volta inconsueti e bizzarri, assume mille colori. È una lingua che si fa anche poetica, nelle “lettere d’amore scritte in bagno” che Quirino compone e non spedisce, e che perde parte dei tratti vernacolari nella seconda parte del libro, dove acquista a tratti toni introspettivi e lirici. È il passaggio dall’era della spensieratezza e della giovialità comunitaria a quella della maturità e dell’indipendenza.

Nel libro c’è anche una seconda lingua, quella del fischio, che si fa veicolo di un’utopia rivoluzionaria: insegnare il “fischiabolario” all’umanità oppressa, che potrà così avere una lingua per comunicare senza essere compresa dai padroni. L’idea di una società libera e felice è motore di una nuova avventura, che vede Isidoro diffondere il suo messaggio sui palcoscenici dei paesi vicini in compagnia di Canzone, uno strampalato cantautore.

Ma siamo in Irpinia ed è il 1980. Proprio quando il progetto di Isidoro e Canzone sta cominciando ad avere successo, il mondo crolla, letteralmente. Le pagine in cui Ianniello racconta del terremoto sono tra le più intense del libro. Memore dell’insegnamento di mamma Stella, “tutto ciò che cresce si separa”, Isidoro è costretto a cominciare un nuovo percorso di vita. Assieme al fido Alì, inseparabile compagno e confidente, il bambino intraprende la sfida più difficile, quella di diventare grande. Ora che tutti i suoi punti di riferimento sono scomparsi, gli tocca scavare tra le macerie della sua anima, cercando di recuperare le cose importanti e custodirle come tesori preziosi. Davanti all’incomprensibilità della sorte, le parole diventano suoni vuoti e a Isidoro resta soltanto il linguaggio del fischio.

Durante la sua strada, il protagonista incontra nuovi amici, tra cui Renata, grazie alla quale impara che il fischio può essere anche linguaggio d’amore, ed Enzo, bizzarro personaggio napoletano, cieco per scelta, che affida a Isidoro e al suo fischio un potere descrittivo e poietico. Grazie alle strane passeggiate in compagnia di Enzo, Isidoro impara a prendere possesso della realtà e delle cose trasformandole in suono, filtrandole attraverso le proprie corde vocali, facendole passare dagli occhi al cuore e restituendole al mondo arricchite del suo contributo emotivo ed esperienziale. È il tempo della maturità, della vita adulta e, come in tutte le favole, non manca il lieto fine.

 

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La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin (2015), primo romanzo di Enrico Ianniello, ha vinto il Premio Campiello Opera Prima 2015 e diversi altri premi, tra cui Il premio John Fante Opera prima 2015 e il premio Selezione Bancarella 2015.

 

 

Commenti

  1. Autore
    del Post
    Serena

    Merita tantissimo! Non ho scritto altro per non spoilerare troppo, ma sarei andata avanti per chilometri e chilometri di righe!!!
    La lingua è spettacolare. Ianniello sembra avere una fede incrollabile nel potere della parola. Con la parola crea, fa, disfa, racconta, caratterizza, unisce, semplifica, complica… davvero straordinario. La sua narrazione ha un potere icastico impressionante. Fa un’operazione alla Camilleri, ma ancora più complessa di quella di Camilleri. E l’ambientazione favolistica lo salva dal rischio di creare personaggi macchiettistici. L’humor c’è, e tanto. Rende il libro leggero dal punto di vista della scorrevolezza, ma non sminuisce la serietà dei contenuti.
    E poi la politica, che entra nel libro in un modo talmente naturale… Nelle imprecazioni di Quirino contro il notiziario alla radio, nelle sue “lettere d’amore scritte in bagno”, nel progetto visionario di Isidoro e Canzone…
    Mi fermo. Leggilo 🙂

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