La patente antimafia. I buoni e i cattivi

Ieri, 24 settembre 2018, tutti i quotidiani locali e nazionali riportavano la notizia del sequestro del patrimonio di Mario Ciancio, sequestrato anche il quotidiano “La Sicilia”. Quello stesso quotidiano che solo tre anni e mezzo fa il nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (a indagini in corso) non aveva esitato a definire in questo modo: «energie che non rinunciano all’esercizio della critica, impegnate nell’affermazione del principio di legalità».
Dopo lunghissime vicissitudini giudiziarie che a un certo punto hanno visto perfino il “non luogo a procedere” da parte di un GIP, adesso si arriva al sequestro dei beni. Quale sarà la conclusione? Lo vedremo. Una cosa però è certa… qualcuno deve essersi sbagliato.

Ripresento un mio articolo già pubblicato più di un anno fa sul sito di Telejato.

 

Cari amici, oggi voglio raccontarvi una storia. Mi serve un po’ di tempo per raccontarvela, ma se avrete la pazienza di ascoltarmi, forse vi accorgerete che non sarà stato tutto tempo perso. I personaggi principali di questa storia sono tre, tutti siciliani. Ma la storia è italiana, nazionale, talmente nazionale che uno dei tre personaggi principali è, niente di meno che, l’attuale Presidente della Repubblica Italiana. Tutti e tre i personaggi sono (o sono stati) considerati protagonisti di alto spicco della lotta antimafia.

Ma cominciamo dal primo: Pino Maniaci, ex “eroe antimafia”.

Pino Maniaci è il direttore di Telejato, una piccolissima emittente che ha fatto notizia in tutto il mondo per il suo impegno contro le attività criminali e mafiose a tutti i livelli. Partendo dal nulla è riuscita a raggiungere una visibilità internazionale. Arrivando a colpire anche potenti esponenti di spicco della magistratura e dei palazzi di giustizia. Tutti osannavano, tutti ammiravano, tutti solidarizzavano, molti si rodevano le mani in privato studiando il modo di mettere a tacere quel “cane rabbioso”, ma intanto tutti si facevano i selfie a braccetto con Pino Maniaci e, in sua assenza, col logo di Telejato. Andare a braccetto con Pino era uno di quei vessilli antimafia universalmente riconosciuti.

Poi un bel giorno, il fango. Pino Maniaci viene mandato a giudizio, è sotto processo. Per estorsione! Avrebbe estorto qualche centinaio di euro a qualche sindaco per non parlar male della giunta comunale su Telejato. Su questa storia dell’estorsione non mi soffermo, altrimenti mi dilungherei troppo. Dico solo che se vorrete approfondire, potrete farlo, è tutto on-line. Torniamo a noi.

Come sempre accade quando scatta un’indagine nei confronti di un personaggio noto, le autorità, attenendosi scrupolosamente alla prassi giurisprudenziale più corretta, hanno immediatamente passato le carte ai giornali per poter dar voce al Tribunale Morale del Popolo. Ma nel caso di Pino Maniaci addirittura i carabinieri di Palermo si sono scomodati a confezionare loro stessi un video montaggio in cui c’erano anche spezzoni scelti di conversazioni telefoniche private che ovviamente non avevano nessuna rilevanza penale, ma che comunque facevano da contorno per inquadrare il personaggio. E così i Giudici del Tribunale Morale del Popolo, sempre vigili e attenti, irreprensibili, ligi al dovere, velocissimamente hanno dato la sentenza. E i reati accertati sono gravi, vanno dal “pavoneggiamento” fino alla “scurrilità telefonica”, ma ancora più grave è il movente, anzi gravissimo: “relazione con amante molto più giovane di lui”. Cioè, diciamocelo chiaramente, senza giri di parole: se Pino Maniaci si è vantato della sua attività antimafia per farsi una scopata, allora Pino Maniaci non può essere un vero giornalista antimafia. Sì, è giusto così, perché il “vero” giornalista antimafia è un eroe, e un eroe non si vanta, non si pavoneggia, un eroe è umile, sobrio, elegante, modesto, anche un po’ malinconico, e soprattutto non pensa mai a scopare.

Cioè, ma voi ve lo immaginate SuperMan che tenta di fare colpo su una donna dicendole al telefono cose del tipo «io sono potentissimo! tutti fanno quello che dico io!», ve lo immaginate cosa succederebbe? Ma no, dai, si perderebbe tutto l’incanto della narrazione eroica, infangherebbe tutta la categoria, e allora, giustamente, il giorno dopo vedremmo Batman, Wonder Woman, L’Uomo Torcia, L’Uomo Roccia, e perfino L’Uomo Gomma e La Donna Invisibile a prenderne le distanze, – ma giustamente! – a chiederne spiegazioni.

Poco importano i meriti passati di SuperMan, o se era annoverato nell’Albo degli Eroi fino al giorno prima. Appena si viene a sapere che SuperMan si è vantato delle sue gesta al telefono con una sua amica, per giunta usando il turpiloquio – Il turpiloquio! -, allora chiaramente SuperMan non può essere più un vero eroe. Perché gli manca la perfezione dell’eroe, punto. E basta. È caduto il mito. È crollato il castello. E tutti quelli che si erano fatti i selfie con lui adesso devono correre ai ripari. E chissà invece come se la ridacchieranno contenti i nemici di SuperMan… «hihihihi! pochi spezzoni scelti di intercettazioni telefoniche private sono state meglio della kryptonite!».

Ma il Tribunale Morale del Popolo è bello proprio per questo, applica una giurisprudenza chiara, semplice semplice, veloce, perfino un bambino potrebbe giudicare, niente cavilli, niente inutili orpelli garantistici, niente burocrazia, interrogatori, eccezioni, obiezioni, perdite di tempo, niente. Si va diritti alla sentenza. Bastano due o tre spezzoni di conversazioni telefoniche e la sentenza è pronta. Ci sono gli spezzoni? Esistono? Si è vantato? Ha detto anche “cazzo di eroe dei nostri tempi”? Non è un eroe! Basta. Facile, alla portata di tutti. Questa è la giustizia veloce che ci serve. Altro che irragionevole durata dei processi. Giustizia prêt-à-porter.

Passiamo ora al secondo personaggio, (rullo di tamburi) signore e signori, presentiamo adesso niente poco di meno che il Presidente della Repubblica Antimafia Sergio Mattarella.

Uomo delle istituzioni, sobrio, elegante, affascinante, tutto d’un pezzo, gentile ma riservato, raccolto, tendenzialmente taciturno, quando parla ha voce calma, pacata, morbida, musicale, avvolto nel suo completo scuro, con i suoi modi candidi e la sua Fiat Panda grigia, è di una bellezza discreta e rassicurante. Ma al momento della sua elezione a presidente della repubblica, soprattutto è stata decantata la sua schiena: in molti tra politici e giornalisti hanno ammirato quella schiena presidenziale per la sua inenarrabile drittezza. Lui è uno di quelli che il titolo antimafia l’ha ottenuto purtroppo tragicamente: il fratello Piersanti è stato brutalmente ucciso dalla mafia nel 1980, mentre era Presidente della Regione Siciliana. Quale sia stato il preciso movente non è chiaro. Le ipotesi furono tante, persone come Leonardo Sciascia e Giovanni Falcone dubitarono che si fosse trattato di delitto mafioso, ma negli anni ’90 venne accertato in tribunale che si trattò di mafia. Non mi dilungo ulteriormente, ci sono tante pubblicazioni e documenti on-line per chi ne vuol sapere di più.

Il presidente ha militato per circa un trentennio nella Democrazia Cristiana e proviene da una famiglia di politici di professione, tutti militanti nella Democrazia Cristiana siciliana. Il padre, Bernardo Mattarella, non godeva sempre di buona fama, venne accusato di reati, frequentazioni e connivenze gravissime, ma dobbiamo chiarire subito che non venne mai accertato nessun reato a suo carico, né tanto meno che avesse rapporti con la mafia. Del resto a quei tempi di mafia si parlava poco e niente, morì di morte naturale nel 1971. Sebbene fosse penalmente immacolato, diversi politici e giornalisti ne dissero tanto male, tra questi anche il noto Pippo Fava, poi ucciso dalla mafia nel 1984. Pippo Fava di Bernardo Mattarella scrisse: «Bernardo Mattarella, padrone della Sicilia occidentale, quando Palermo ancora ammetteva un solo padrone. Saggio e collerico, amabile e violento, culturalmente modesto, ma irruento parlatore, Mattarella non disdegnava alcuna alleanza potesse servire al potere del suo partito ed a quello suo personale. Non aveva scrupoli. Se parte dei suoi voti provenivano dai ras delle province mafiose, che ben venissero, erano egualmente voti di cittadini italiani. E se quei grandi elettori chiederanno un favore in cambio, Bernardo Mattarella (come si suole dire) non si faceva negare. Contro di lui dissero e scrissero cose terribili, ma in realtà non riuscirono a provare praticamente niente, se non che la sua potenza, appunto per questa assenza di testimoni contrari, era perfetta.» (da “I cento padroni di Palermo” di Giuseppe Fava – “I Siciliani”, giugno 1983). Chi volesse rileggerlo per intero, può trovare lo scritto QUI.

In ogni caso, comunque siano andate le cose, non sarebbe giusto che le eventuali colpe dei padri venissero scaricate sui figli… ma nemmeno gli eventuali meriti dei fratelli sui fratelli. O no?

E andiamo adesso al terzo personaggio, Claudio Fava. Giornalista e politico antimafia.

Anche lui ha tragicamente conosciuto di persona la brutalità della mafia che ha ucciso suo padre, Pippo Fava, nel 1984. Sempre impegnato nella lotta antimafia ha svolto una lunga attività giornalistica e poi ha avviato una carriera politica in vari partiti. È riconosciuto come uno dei protagonisti di spicco della lotta antimafia ed è attualmente vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia.

Quando il Tribunale Morale del Popolo ha ritirato la patente di eroe antimafia a Pino Maniaci, tra tutti gli atti di accusa che ho letto, mi è piaciuto in modo speciale proprio quello dell’onorevole Claudio Fava. (lo trovate QUI). È l’atto di accusa più onesto, perché dice subito la verità: «Dei cento euro forse pretesi da un sindaco se ne occuperanno i giudici per dirci se fu estorsione, bravata o solo minchioneria. Ma di ciò che ci riferiscono le intercettazioni, la risposta non la voglio dai giudici ma da Maniaci. Non chiacchiere su complotti e vendette mafiose: risposte! Voglio che dica – a me e agli altri che in questi anni hanno messo la loro faccia accanto alla sua – se quelle trascrizioni sono manipolate o se è vero che all’amica del cuore raccontava “…a me mi hanno invitato dall’altra parte del mondo per andare a prendere il premio internazionale del cazzo di eroe dei nostri tempi”…»

Capito? È un ragionamento lineare, logico, chiaro e schietto: poco importa se alla fine si scoprisse che Maniaci non ha estorto niente a nessuno e dunque che tutta l’accusa, oltre alla relativa violazione del segreto istruttorio e alla pubblicazione delle conversazioni private, era del tutto immotivata. Maniaci intanto deve darci le risposte su quello che ha detto in privato “con la sua amica del cuore”.

Immagino l’interrogatorio:

C.: Imputato! È vero che lei, in oltraggio alla deontologia professionale del giornalista puro, si pavoneggiava privatamente al telefono con la sua amica del cuore?

P.: Sì vostro onore. Non posso negarlo. Mi “spacchìavo”.

C.: È vero poi anche che lei, con disdicevole scurrilità, appellava privatamente e telefonicamente i premi che lei riceveva per la sua attività giornalistica come «premi del cazzo di eroe dei nostri tempi»!?

P.: Sì, Vostro onore. È registrato.

C.: Davanti alla flagranza delle prove, chiedo a codesta Corte Morale del Popolo la cancellazione d’ufficio del sig. Giuseppe Maniaci dall’Ordine dei Giornalisti Antimafia e la cancellazione di tutti i premi giornalistici conferitigli, per i reati di “pavoneggiamento con amica” e “turpiloquio telefonico”!

L’intreccio:

Ora che più o meno ho inquadrato i personaggi della storia, andiamo ai colpi di scena… si inizia più di due anni fa, era la fine di gennaio del 2015, quando Renzi propose il nome di Sergio Mattarella come futuro presidente della repubblica. L’Associazione Antimafia Rita Atria scrisse subito un articolo titolato “Mattarella non lo vogliamo come presidente“. E questo perché Mattarella, stando a quanto scrisse l’associazione, anni addietro avrebbe testimoniato a favore di un tale di nome Vincenzino Culicchia che in quel momento era indagato per gravi reati. Vincenzino Culicchia era stato sindaco di Partanna per trent’anni ininterrottamente, con la Democrazia Cristiana, lo stesso partito in cui militarono per decenni Sergio Mattarella, il fratello Piersanti e il padre Bernardo. Culicchia non venne mai condannato, ma comunque dagli atti processuali si poterono evincere frequentazioni e comportamenti che, secondo l’ “Associazione Atnimafia Rita Atria”, comportavano una condanna politica. Quindi non volevano che il futuro presidente della repubblica fosse un amico, sostenitore e frequentatore di quel tipo di politici come Vincenzino Culicchia. Tutto ciò veniva scritto e pubblicato il 29 genniaio del 2015. Due giorni dopo, il 31 gennaio 2015, l’onorevole Claudio Fava, sulla sua pagina facebook, scriveva: «Voterò con convinzione Mattarella non perché l’abbia proposto Renzi ma perché persona dalla schiena dritta». E continuava: «Uno dei pochi siciliani capace di attraversare trent’anni di storia politica senza riportare un graffio, una maldicenza, un sospetto di carrierismo. Uno che la sua battaglia contro la mafia l’ha fatta raccogliendo il testimone del fratello passato per le armi da Cosa Nostra 35 anni fa, e che quel testimone ha onorato in tempi in cui i politici del suo e degli altri partiti facevano carriera fingendo di non sapere, di non vedere, di non capire. Una persona perbene che non ha cercato il Quirinale, e che saprà tutelare lo spirito della nostra costituzione senza dover chiedere permesso a nessuno».

Mattarella viene eletto quello stesso giorno, passa un mese e mezzo, siamo al 15 marzo 2015, e il nuovo Presidente della Repubblica, «senza dover chiedere permesso a nessuno», festeggia i settant’anni del quotidiano “La Sicilia” scrivendo una lettera che viene pubblicata in prima pagina sullo stesso quotidiano, provocando qualche sbigottimento. In quella lettera si prodiga in elogi smisurati nei confronti di quel quotidiano che arriva a definire come «energie che non rinunciano all’esercizio della critica, impegnate nell’affermazione del principio di legalità». Ma tutto questo accadeva proprio mentre l’editore e direttore de “La Sicilia”, Mario Ciancio, era indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. E intanto Sergio Mattarella era presidente della repubblica, quindi era anche presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Dunque: non è una telefonata privata per fare gli auguri, è il Presidente del CSM che scrive un encomio pubblico per un editore che in quello stesso momento è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, un encomio che leggeranno tutti, inclusi i magistrati che dovranno giudicare quell’editore. Solo questo è successo, niente di più. Tutto legale, tutto alla luce del sole.

Effettivamente non c’è niente di male: il quotidiano “La Sicilia” è sempre talmente attento «all’esercizio della critica» che, tra le altre cose, è rinomato in tutta Italia perché non troppi anni fa ha pubblicato la lettera del figlio di un boss della mafia senza nemmeno accompagnarla con un minimo di commento critico. Ma è famoso per tante altre cose, tra cui anche perché si sarebbe rifiutato di pubblicare i necrologi di vittime della mafia come il commissario di polizia Beppe Montana e anche il giornalista Pippo Fava, direttore de “I Siciliani”, padre proprio dell’onorevole Claudio Fava. Questi fatti non sono di per sé reati penali, ma di certo rendono stridente (se non sprezzante e offensivo) quell’encomio scritto da Sergio Mattarella. Evidentemente però Mattarella non se n’è avveduto, non sapeva niente, non c’ha fatto caso, né lui né il suo ufficio stampa, e va be’.

Ebbene, io pensavo che almeno l’onorevole Claudio Fava se ne avvedesse, speravo che scrivesse qualcosa a riguardo, dato che Claudio Fava ci aveva messo la faccia sull’elezione di Sergio Mattarella… ma nella sua pagina facebook quel giorno non scrisse assolutamente nulla. Il giorno dopo però si fece sentire eccome, indignatissimo! Ce l’aveva con il sindaco di Brescello, un paesino di 5600 abitanti, che aveva detto una cosa a favore di un esponente della ‘ndragheta locale. Ho atteso per oltre un anno che l’onorevole Claudio Fava si pronunciasse sul fatto di un presidente della repubblica che scriveva giudizi a favore di un editore indagato per rapporti esterni con la mafia. Gli ho chiesto anche chiarimenti nella sua pagina Facebook, ma niente. Poi però, più di un anno dopo, siamo arrivati al 4 maggio 2016, lo stesso onorevole Claudio Fava, sempre attento a colpire i potenti quando sgarrano, pretende risposte da Pino Maniaci perché si vantava privatamente al telefono con la sua amica: «Voglio che dica – a me e agli altri che in questi anni hanno messo la loro faccia accanto alla sua – se quelle trascrizioni sono manipolate o se è vero che all’amica del cuore raccontava…» ecc. ecc. ecc.

La morale:

Riassumendo, Pino Maniaci deve dare chiarimenti su come parla in privato, su come corteggia una donna, sul linguaggio che usa, sul modo di vivere le sue vicende sentimentali, su come si muove sotto le lenzuola, altrimenti le sue inchieste giornalistiche non valgono più nulla. Scompaia, non è giornalismo, non è antimafia. Ci sono personalità che invece ormai hanno la schiena talmente dritta da non essere più tenute a guardare gli altri in faccia, hanno la super-patente antimafia di intoccabile e inattaccabile e possono anche rigirarla pubblicamente a editori con qualche scheletrino negli armadi. Che c’è di male? Non succede nulla. Non occorrono risposte, non distanze, non prese di posizione.

E nemmeno una parola sulla violazione del segreto istruttorio o sulla strategia dello “sputtanamento”. Né su quel sindaco che dice di aver pagato un’estorsione a Maniaci: se davvero un sindaco avesse accettato di pagare il pizzo a un giornalista per farlo tacere, non sarebbe colpevole anche lui? Non è corrotto? Non dovrebbe quantomeno dimettersi? Ma chi se ne frega! Ciò che conta è quello che Maniaci diceva per fare colpo sull’amica del cuore.

Ecco. La mia storia finisce qui. Ma Intanto il tempo e i fatti continuano a scorrere e, mentre TeleJato agonizza lentamente, la Repubblica dell’Antimafia sente il bisogno di ostentare sempre più forte l’irreprensibilità della propria antimafiosità. Concludo con una domanda non mia, è stata posta il 6 aprile 2017 dal giornalista Massimo Bordin durante la sua consueta rassegna stampa mattutina su Radio Radicale. Una risposta a questa domanda potrebbe darla, se lo volesse, lo stesso On. Claudio Fava (lo vorrà?), nella sua qualità di vicepresidente della “Commissione Parlamentare Antimafia”:

«…la Commissione Antimafia ora, dopo essersi occupata dei massoni, si occupa degli juventini. Quando arriverà a occuparsi dei mafiosi sarà un passo avanti. Però per intanto si potrebbe segnalare all’autorevole presidente della Commissione qualcosa che solo tre mezzi di informazione hanno proposto: lo scandalo del “palazzo della legalità” a Caltanissetta costruito (e rimasto vuoto) con i soldi della cosiddetta “antimafia imprenditrice”. È uno scandalo scoperto da “Le Iene” e rilanciato da due soli mezzi di informazione: Telejato (non a caso il suo direttore è attualmente sotto processo) e Radio Radicale attraverso Sergio Scandurra; da oggi c’è anche un piccolo corsivo sul “Fatto Quotidiano”. Ma… avremo il bene di vedere la Commissione Antimafia tornare a occuparsi del tema delle misure di prevenzione e di come vengono gestiti quei soldi? Sarebbe sempre troppo tardi»

Commenti

  1. JoeSerpe

    Bello articolo!

    Chiunque abbia vissuto a Catania conosce quella supina e silenziosa accettazione del potere e quella riverenza ottusa.

    Io l’ho vista molte volte, per esempio, all’università.

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