Lord Jim, eroe astemio

Lord Jim di Joseph Conrad (1857 – 1924). Il mio Jim aveva i tratti della matita di Stelio Fenzo, illustre disegnatore veneziano, da tempo collaboratore del Giornalino, ai miei tempi distributore di una lunga serie di riduzioni a fumetti di grandi classici della letteratura. La riduzione del testo era stata affidata al fratello Fabio, rimaneggiando una trama giudicata forse troppo cruda per bambini di nove anni: Gioiello partecipe stratega, l’animalesco Brown e il lurido Cornelio romanticamente uccisi insieme da una fucilata di Tamb’Itam e il vecchio Doramin riluttante a compiere il gesto conclusivo del romanzo. Non andavano proprio così le cose; lo scoprii anni dopo, quando presi in mano per la prima volta il romanzo.
Magari perché zuppo di letture ginnasiali, mi sembrò subito Jim un novello Achille: biondo, alto, forte e di bell’aspetto. Una medesima sentenza, inoltre, li accomunava: entrambi erano destinati al ritardo perpetuo, assai più grave, invero, in Jim; l’aspirante eroe inglese, infatti, era in ritardo di una tonnellata di secoli. Se l’eroismo di Achille era funzionale ad un codice socioculturale già compromesso ma ancora esistente, quello in cui vive Jim è ormai un’epoca dove lo scricchiolare di una paratia è sufficiente a lasciare al proprio destino ottocento anime senza rimorso alcuno.
Uguali, eppure diversi, Achille e Jim. E non poteva essere altrimenti, agendo in due tempi e due luoghi così dissimili. Per Achille la pena per la viltà era l’oblio, il disonore del mondo; quale la pena per Jim?
In valore assoluto, nessuna, come del resto nessuno si prenderà la briga di andare a scovare i compagni di fuga del nostro aspirante eroe. I pellegrini arabi abbandonati, anche alla luce del poco tragico epilogo, sono poco più di un danno d’immagine. La punizione, di conseguenza, si riduce a un ridicolo ritiro della patente nautica.
Lord Jim visto da Stelio Fenzo per il Giornalino
Per Jim, tragicomico uomo – fossile, non è così; per lui c’è però molto di più. Ragazzo dal patologico bisogno di eroismo, non fugge; attende la propria sorte, e trasforma un evento squallido, ma di poco conto, in una dostoevskijana epopea di colpa e punizione.

Virtuoso fino allo spasimo, Jim frustra ogni luogo comune sui marinai, sull’alcol soprattutto. Ben lontano dall’antologica bottiglia di rum, resa immortale da Stevenson, e dai fiumi di distillati che scorrono tra le pagine dello stesso Conrad, beve poco, e quasi con disprezzo.  Lo stesso Marlow, narratore delle vicende, precisa subito al suo pubblico come il triste destino di quel ragazzo non dipendesse dall’alcolismo

Sono in grado di dire che non era una questione di denaro, di alcol, o di donne.

Lo stesso Jim si affretta a farlo presente a Marlow, che da lui aveva raccolto la storia e che credeva di alleviarne la pena con un bicchierino.

 “Ne vuole ancora?”, dissi. Mi guardò infuriato.
“Crede che abbia bisogno di farmi coraggio con l’alcol per raccontare quello che c’è da raccontare?”, chiese

Virtuoso per scelta, e per destino, Jim, nei momenti bui successivi all’abbandono della nave, è tentato e insieme terrorizzato dalla bottiglia, esplicita realizzazione di tutto ciò che nella vita ha sempre cercato di evitare.

Allungò la mano cautamente, senza guardare, e sfiorando un bicchierino la ritirò di scatto, come se avesse sentito un tizzone ardente.

Corre qua e là questo vigoroso eroe fuori tempo, macchiato da una colpa in fondo veniale eppure alla spasmodica ricerca di un riscatto che non c’è, perché colpa, in fondo in fondo, sembra ammettere Conrad, non c’è. Il degno teatrino dei suoi tentativi di emendamento è una romanzata Malesia di indigeni rissosi e in fondo pavidi, addirittura un po’ cretini; il degno antagonista, un abietto e viscido portoghese, Cornelio, il cui alter ego omerico non è certo Odisseo, ma il piagnucoloso Tersite; gli eserciti contro cui combatte, banducole malassortite.

George Orwell

Razzista Conrad? Un po’ forse, come l’Orwell di Giorni in Birmania, come Burroughs, come Kipling. Ma non del tutto, come ognuno di loro. In questo romanzo di alter ego, anche i Conrad sono due: il Conrad colonialista e il Conrad colonizzato. E’ il Conrad colonizzato a lasciare che Tamb’Itam scampi alla scure del pregiudizio, a renderlo capace di comprendere appieno (anche se a malincuore) la decisione finale di Tuan Jim, naturale per il fittizio mondo tribale di Patusan (per quanto anch’esso occidentalizzatosi) e incomprensibile, di contro, agli uomini bianchi, a Marlow, al Conrad colonialista.

La verità è che Jim è eroe comico solo per il Conrad bianco ed europeo; per l’altro Conrad, la cui voce, in verità, è spesso assai fioca, Jim è eroe tragico. In mezzo, Gioiello, alla cui natura ibrida, mezzo europea e mezzo asiatica si salda l’incoercibile sentimento d’amore; per amore, non per cultura, Gioiello maledice il gesto di Jim. A Gioiello è affidato il testimonio della superiorità assoluta del sentimento umano sul sedimento culturale, sia esso occidentale od orientale.

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