Il censimento dei radical chic – Giacomo Papi

Copertina del Censimento dei Radical Chic, il nuovo racconto di Giacomo Papi edito da Feltrinelli nel 2019Il Censimento dei Radical Chic: di cosa parla

Nel Censimento dei Radical Chic di Giacomo Papi si può morire ammazzati a bastonate per avere citato Spinoza durante un talk show. Succede al professor Giovanni Prospero, garbato e gentile ometto. C’entra forse qualche gruppo antisemita con un incontenibile odio per il filosofo di Amsterdam? No di certo. La marmaglia omicida avrebbe dovuto sapere non solo dell’esistenza di Spinoza, ma anche della sua provenienza da una famiglia ebrea sefardita. Un livello di erudizione troppo alto per chi – per dirla con le parole del conduttore – di giorno si spacca la schiena [e] ha il diritto di rilassarsi e di non sentirsi inferiore.

Il censimento degli intellettuali

Chi ha ammazzato il professor Giovanni, insomma, di certo non segue uno dei princìpi più noti del Tractatus politicus: “Non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere”. La notizia del pestaggio, anzi, diventa un liberatorio placet al massacro degli intellettuali, o per lo meno, di chiunque esibisca un certo numero di caratteristiche utili a classificarlo come tale. Una su tutte? L’immancabile golf di cachemire.

Aveva voglia, il defunto professore, a balbettare davanti alle telecamere; a spiegare che se non ci si sforza di ragionare, “il popolo diventerà schiavo del primo tiranno”. Il tiranno era già arrivato: un ministro dell’Interno dalle prerogative curiosamente vicine a quelle di un capo del governo. Con fare altruista e bonario, il ministro avvierà un censimento degli “intellettuali” del paese, con la scusa di mettere a loro disposizione adeguati strumenti di tutela. Per assecondare i desideri del popolo, invece, si procederà a una mastodontica opera di sfollamento delle pagine del vocabolario, delegata alla nuovissima Autorità per la semplificazione della lingua italiana.

Giacomo Papi: in Italia va di moda l’ignoranza

Per tre anni Giacomo Papi aveva tenuto sull’inserto D di Repubblica una rubrica: Cose che non vanno più di moda. Nel censimento dei radical chic, invece, l’ottica è capovolta, e si parla di ciò che va più di moda oggi in Italia: l’ignoranza. Sono lontani i tempi in cui i meno preparati aspiravano a diventare più colti. L’epoca in cui i figli venivano spinti dai genitori a “farsi una cultura” per migliorare le proprie condizioni è diventata un’era. Colpa dei social? Certo. Di un approccio ai fatti basato interamente sulla percezione e non sulla lettura critica? Ovvio. Dell’insopprimibile desiderio di dover dire la propria al mondo? Anche. La frustrazione di una generazione china sui libri prima e sminuzzata dall’ingranaggio del mondo del lavoro poi? Ipotizzabile. Sia come sia, il tono delle conversazioni, oggi, somiglia al dialogo tra Renzo e Azzeccagarbugli. Con una differenza: il bravo Renzo, oggi, terrebbe in seria considerazione l’idea di pestare a morte l’interlocutore.

I radical chic: la paura della cultura

Se il popolo nel censimento dei radical chic è “bove”, gli intellettuali ruminano in una mota fatta di quinoa e autoriferimenti. La cultura sembra appannaggio esclusivo di curiosi animali dallo sguardo vuoto. Bolsi e inoffensivi, i più vecchi vivono confinati in un parco loro dedicato, imitando sé stessi, senza artigli, senza zanne, senza voglia. Affamati e frustrati da anni di disoccupazione, i più giovani collaborano al regime del depauperamento intellettivo. Una disfatta totale, le cui crepe si erano fatte largo già decenni fa, come nella casa ligure dell’anodino Quinto Anfossi, protagonista della Speculazione edilizia di Italo Calvino.

Certo, ha ragione il primo ministro a chiarire al suo psicologo – anche lui magnifico esempio di ruminante – quale sia il reale pericolo della cultura

Lo sa perché gli intellettuali sono così importanti? E lo sa perché sono pericolosi? Perché le emozioni sono facili, elementari. Se impari i trucchi, le puoi governare, mentre i pensieri rimangono liberi, vanno dove dicono loro e complicano le cose. Dove comanda la ragione, la statistica muore.

In Italia, però, nonostante la situazione sia grave, la mancanza di serietà (Flaiano) rende il gioco facile.

Il ministro dell’Interno: Matteo Salvini?

In mezzo a tanti personaggi sbiaditi, è il ministro dell’interno ad acquisire la dignità del personaggio letterario. Vagamente ispirato a Matteo Salvini, ma non congruente in toto con lui, come lo stesso Giacomo Papi ha spiegato ad Alessandra Tedesco, il ministro è il primo dei radical chic, e il più bravo a nasconderlo: è grazie alla profonda cultura che riesce a mettere sotto scacco una nazione intera.  Egli è fedele al principio dichiarato dal filosofo Alain Filkienkraut, recentemente salito agli onori della cronaca suo malgrado:”della letteratura non abbiamo bisogno per imparare a leggere. Ne abbiamo bisogno per sottrarre il mondo reale alle letture sommarie“. Sono tutto fuorché sommarie, infatti, le letture del ministro (e i film che guarda di straforo); solo, si guarda bene dal fornirle al mondo del suo elettorato. Dietro le commedie social di Salvini non ci sono solo bot e informatica, ma letture di sociologia, letteratura e narratologia. Cos’è in fondo, “il capitano”, se non un adattamento del personaggio del guerriero? La gente, si sa, ama i condottieri. Danno sicurezza. Come la flanella.

 L’Autorità per la semplificazione della lingua italiana

Giacomo Papi immagina il proprio libro come già collocato all’interno del mondo plasmato dal ministro. Di conseguenza, anche il suo racconto viene sottoposto alla revisione della nuova autorità censoria, con tanto di imprimatur e nulla osta. Le parole difficili, le ipotassi, le circonlocuzioni, i passaggi più contorti vengono smantellati, ridotti, depotenziati. L’intero libro è disseminato allora di tagli, correzioni e suggerimenti, disposti all’interno di un apparato di divertentissime note.  L’apparato paratestuale, allora, diventa un vero e proprio racconto nel racconto, un lungo dialogo tra un sottoposto del nuovo ufficio e il proprio superiore. Come ne Le vite degli altri il capitano Gerd Wiesler finisce per sposare la causa contro la quale lottava, così una nuova speranza sembra alla fine arrivare dal posto meno probabile.

Lega e M5S

Il racconto di Giacomo Papi, al pari del fumetto La fine della ragione di Roberto Recchioni, raccontano – e dunque ipotizzano – le estreme conseguenze di due forze politiche accomunate dal desiderio di impoverire le difese intellettive del proprio elettorato: Lega e M5S. Una inesorabile, costante demolizione del sapere e del valore dello studio, di cui tutta la nazione farà le spese.  Sono lontani, lontanissimi i tempi in cui il console Buddenbrook poteva rintuzzare con un energico gesto paternale le proteste dei vari Carl Smolt. Gli intellettuali, l’élite bibliocratica, al massimo bofonchia indignata, come il senatore Kröger. E rischia di fare la stessa fine. Con loro, purtroppo, tutto il paese.

Gherardo Fabretti

Commenti

  1. JoeSerpe

    Okkio LordGoring, perché con queste recensioni rischi di fare la fine del professor Giovanni Prospero… okkio! 😀 😀

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