Carola Rackete non è il punto della Sea Watch (ma Salvini vuole che lo sia)

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Carola Rackete

Carola Rackete è il comandante della Sea Watch 3, la nave della ONG battente bandiera olandese che, dopo essere rimasta ferma per due settimane davanti a Lampedusa, al limite delle acque italiane, ha deciso di dirigersi verso Lampedusa per portare a terra 42 migranti fuggiti dalle carceri libiche. Parla quattro lingue, ha frequentato tre università, è tedesca. Ha 31 anni. Collabora con la Sea-Watch dal 2016, e ha già lavorato con la British Antartic Survey, è stata al timone di una nave a spaccare il ghiaccio del Polo Nord e secondo ufficiale sia della Ocean Diamond e della Aretic Sunrise di Greenpeace.  Ha scritto una tesi sugli albatros.

Sono tante le cose sappiamo su Carola, eh? Eppure fino a qualche giorno fa nessuno sapeva della sua esistenza. E dei 42 migranti, invece, cosa sappiamo? Niente. Solo di uno, inquadrato durante un video messaggio, conosciamo la provienza: Costa d’Avorio. Tutti i riflettori sono puntati sull’eroica Carola; ai 42 uomini della Sea Watch, in cerca di un approdo sicuro, sono riservate le quinte.

Capitano Salvini contro comandante Carola: la narrativa della propaganda.

Non c’è voluto molto perché Matteo Salvini liquidasse i migranti per scagliarsi contro la giovane comandante, subito bollata come sbarbatella. Donna, benestante, e tedesca – che non guasta certo di questi tempi – Carola è l’antagonista perfetta per il nuovo capitolo del romanzo social del ministro dell’Interno. In questa puntata il difensore degli italiani si lancia contro l’invasore germanico. Volete una trama più psicanalitica? Ecco uno scontro uno a uno tra il saggio e maturo padre e la ribelle e viziata ragazzina. Vi piace horror? Carola, come Nosferatu, come Dracula, giunge a bordo di una nave per scaricare il suo carico di pestilenza e sconvolgere il paese.

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Karola Rackete prima di scendere dalla nave col suo carico di pestilenza

Non vi piace la piega della storia? Nessun problema. Ecco allora la giovane Carola, coraggiosa e altruista, pronta a combattere contro il feroce Matteo, verme assetato di potere sulla pelle di una manciata di disgraziati. Preferite una versione dalla venatura più politica? Parliamo allora di Carola, manifesto dell’accoglienza europeista, barlume di speranza contro i mostri dell’isolazionismo nazionalista.

Lasciate spazio alla fantasia! In questo gioco delle parti le soluzioni narrative sono pressoché infinite. Perché di narrazione si tratta, non di fatti.

Volete i fatti? I fatti sono 42 uomini stremati sul pontile di una nave. Sono solo fatti, però. Per loro, per quei quarantadue, non c’è posto nella grande narrativa del giornalismo e dei dibattiti. A chi interessano, del resto, i fatti? Non alla maggior parte dei giornali. E nemmeno alla stragrande maggioranza delle persone. Sono le storie che interessano, belle possibilmente, e avvincenti. Conta la qualità della trama; conta l’eroe, e l’antagonista. Chi sia il cattivo e chi il buono è secondario. A loro, ai migranti, sono riservate le quinte, le comparsate, le grandi scene di massa.

Parola d’ordine: distrarre. Dai migranti a Carola.

Facciamo un esempio. Smaug, il drago del Lo Hobbit, nel film di Peter Jackson decide di uscire dalla montagna solitaria e arrostire un po’ di gente di Pontelagolungo. Ne muoiono tanti, alcuni bruciati, altri annegati. Poi arriva Bard, ed elimina Smaug. Pianti, applausi, entusiasmo, sollievo. La storia può continuare. Il nome di Smaug echeggerà ancora a lungo nei racconti, e Bard sarà acclamato come eroe. Ok. E tutti i poveri cristi morti nel frattempo? E chi se li ricorda!

Date a Salvini la parte di Smaug, e quella di Bard a Carola. Preferite il contrario? Fatelo. Solo ai migranti, inchiodati al loro anonimato, non sarà concesso cambiare parte. Tutti i titoli dei giornali, tutti gli articoli, tutte le conversazioni sui social saranno dedicate ai due protagonisti. Ai fuggitivi senza nome non rimane che il contorno.

Ballare la musica di Salvini

In Italia il ring comunicativo è appannaggio quasi esclusivo di Salvini, capace di polarizzare le discussioni in maniera funzionale al proprio tornaconto. Amarlo o odiarlo non è rilevante: bene o male – si dice – purché se ne parli. Il caso di Carola è da manuale. Anziché puntare sui migranti, la sua comunicazione è tutta Carola, comandante della Sea Watch. Ragion per cui tutta la controcomunicazione giornalistica sarà concentrata su di lei.

Salvini cattivo e Carola buona? Salvini buono e Carola cattiva? Non importa. Non importa la musica piaccia o non piaccia. L’importante è che la decida Salvini. E mentre la musica va, i migranti scompaiono dall’orizzonte. Divorati dalla bestia narrativa del ministro, con loro vanno via anche gli sbarchi fantasma, e i ripetuti rifiuti della Lega a presentarsi al tavolo delle trattative per la riforma degli accordi di Dublino.

Ogni kolossal che si rispetti vuole grandi eroi e grandi cattivi, certo, ma anche tante comparse. Come farebbe, Matteo, senza di loro? Come faremmo noi, costretti a confrontarci con vite reali, con vere sofferenze?

Viviamo per le storie, ci nutriamo di storie. Solo la narrativa sembra riuscire a renderci sensibili ai drammi.  Pietro Bartolo, al netto del suo indiscutibile impegno umano di uomo e di medico, forse deve un pezzo del suo posto di eurodeputato, ancor prima che ai libri scritti, a quel Fuocoammare di Gianfranco Rosi tanto osannato nel 2016. Così Matteo Salvini deve il suo all’enorme macchina narrativa messa in piedi negli anni, al rumore della quale – volenti o nolenti – finiamo tutti per girarci, e dire la nostra.

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