La Chimera di Sebastiano Vassalli

Chimera Sebastiano Vassalli

Novara, Ivrea forse

Mentre sfoglio le pagine de La Chimera, il romanzo che consacrerà Sebastiano Vassalli nel 1990, il mio treno affronta la luce sgradevole di un pomeriggio grigiastro di febbraio. Sono di malumore: l’ansia dell’epidemia scorre già tra poltrona e poltrona; basta un colpo di tosse, uno starnuto, perché un disgraziato si consegni a decine di occhiate truci.

Dalle finestre di questa casa si vede il nulla. Soprattutto d’inverno: le montagne scompaiono, il cielo e la pianura diventano un tutto indistinto, l’autostrada non c’è più, non c’è più niente. 

È di Novara che si parla; di Zardino, anzi: un paese sepolto da tempo immemore, forse dalle bizze del fiume Sesia, forse da un incendio, forse da un’epidemia come quella che oggi mangia l’Italia brano a brano.

Non sto andando a Novara, è vero, ma il nulla che si intravede dalle finestre di casa Vassalli è tanto simile a quello che passa davanti al mio finestrino. Ivrea, la mia destinazione, del resto dista solo poche decine di chilometri. C’è un carnevale famoso qui, oltre alla memoria sempre più sbiadita di un grande imprenditore: Adriano Olivetti. L’idea di centinaia di persone pronte a spaccarsi la faccia a colpi di arance in realtà non mi attira per niente, mi ripugna forse, e lo scenario al mio arrivo non è più incoraggiante: un freddo boia e un viale percorso in lungo e in largo da squadre di ubriachi urlanti.

Antonia

Un disagio analogo doveva agganciare anche Antonia, che della Chimera di Vassalli vorrebbe essere protagonista. Abbandonata dentro una ruota nella notte di Sant’Antonio Abate del 1590, allevata nella peggior maniera possibile nella casa di carità di San Michele fuori le mura, a Novara, Antonia,  scura “d’occhi, di pelle e di capelli: per i gusti dell’epoca, quasi un mostro“, e invece bella, bellissima, verrà adottata e riempita d’affetto dai coniugi Nidasio, prima di essere arrestata, torturata, stuprata e arsa sul rogo dell’Inquisizione romana a vent’anni, nel 1610.

La Chiesa

Sbaglierebbe, però, chi pensasse ad Antonia come la protagonista delle oltre trecento pagine della Chimera di Sebastiano Vassalli. Dietro le disgrazie di una ragazza di vent’anni, c’è l’orrenda coorte ecclesiastica dell’Italia del Seicento, ben lontana da quella risorgimentale cantata da Mameli due secoli dopo, e resa più feroce che mai dagli anni della Controriforma: finti ma innocui parroci (don Michele), preti avidi e vigliacchi (don Teresio), vescovi in lotta per il potere (Carlo Bascapè), monsignori ricettatori di presunte reliquie (Giovan Battista Cavagna da Momo), inquisitori pervertiti da un malcelato desiderio sessuale (Manini).

Le donne e il sesso

Proprio il sesso, nella Chimera di Sebastiano Vassalli, è descritto senza pudore alcuno, è uno dei grandi motori delle vicende del libro. Un sesso sporco, bestiale, violento, dove il fare l’amore è ridotto a un mero ingallare. È il corpo di Antonia, certo, a farne le spese più frequenti, consumato già dagli anni della custodia monastica dalle compagne più scafate

«Sta’ zitta» bisbigliavano le sciagurate, cercando di alterare la voce per non farsi riconoscere. (Antonia, però, le riconosceva sempre.) «Sono il tuo Angelo custode, ti porto in Paradiso… Dammi un bacio!» «È la madonna che è venuta a visitarti! Vedrai che dopo ti piace! Abbi fede in me!»

In fondo una versione degradata dell’episodio boccaccesco di frate Alberto e dell’agnolo Gabriello.

Un corpo che Antonia cederà volentieri solo all’amato Gasparo Barbero, lo sciagurato che la condannerà involontariamente al rogo con l’accusa di stregoneria, ma non prima di essere seviziata in una cella sotterranea della prigione di piazza San Quirico a Novara.

«credevi di cavartela, eh, puttana… credevi di andartene così, lasciandoci a becco asciutto dopo averci tenuti in tiro per più di un mese, maledetta! Noi nei nostri stanzini sottotetto a pensare alla tua fica e tu qui al fresco, a spassartela con i Diavoli! Stanotte te la spasserai con noi, parola di Taddeo! Fino all’alba, e oltre…»

E c’è Rosalina, che aveva diciassette anni ed era “alta e ben fatta, con gli occhi azzurri e i capelli del colore della stoppa” quando incontra un’Antonia di appena otto, e che dopo avere condiviso con lei il tetto della casa di carità, finirà per condividerne la cella dieci anni dopo, nelle vesti di prostituta, col naso ormai “schiacciato e storto“, probabilmente infranto da un pugno, “la pelle delle guance deturpata da una miriade di piccole cicatrici, conseguenza di chissà quale malattia”, e col collo che “portava il segno d’una ferita d’arma da taglio, probabilmente d’un rasoio: una cicatrice sottile e lunga lunga, che spariva sotto il vestito“.

Riso Amaro

C’è spazio, nel romanzo, pure per l’amara vita dei risaioli. Uno spaccato crudele, di una regione storicamente votata alla risicoltura, attività assai meno romantica di quanto qualcuno potrebbe pensare. Molto prima delle mondine immortalate da De Santis nel film del 1949, quel lavoro, già nel XVII secolo,

era tra i più disumani che ci fossero mai stati nella campagna italiana, per l’ambiente in cui si lavorava e per il modo come si lavorava, piegati nell’acqua da buio a buio, spesso battuti come schiavi e sottoposti ad ogni genere di disagi.

E così molte pagine sono dedicate a queste creature di forma quasi umana, “così sfigurati dal vaiolo o dalla lebbra da essere troppo ripugnanti per chiedere l’elemosina sulla porta delle chiese”, spesso nati invalidi, convinti da genitori senza misericordia, “che lavorare nei risi fosse una cosuccia da bambini, una sorta di passatempo, o di gioco“.

Il secolo senza Dio

Amante della storia e delle ricerche, che le vicende narrate da Vassalli risuonino forte dell’eco di Manzoni è palpabile a ogni pagina, e se questo non bastasse, l’autore stesso si incarica di farlo presente nelle considerazioni finali del libro. Eppure, la Novara di Antonia e Bascapè è assai diversa dalle geografie manzoniane, e assai più terribile, perché monca “di colui che è l’eco di tutto il nostro vano gridare”. La chimera di Sebastiano Vassalli, il “suo” implacabile Seicento, misogino e femminicida – certo – è frutto di una visione tanto partigiana quanto quella delle coeve vicende dei Promessi Sposi, rivedute e filtrate dallo spirito del tempo di Manzoni (come Vassalli stesso si incarica di far presente), ma sgomenta a ogni riga, persino quando le lunghe digressioni rischiano di far smarrire, e racconta di un mondo orrendo, in fondo non tanto diverso da quello di oggi.

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