Cenni storici sulla più grave emergenza sanitaria dell’era moderna

Quando si parla della prima guerra mondiale quasi sempre si trascurano alcune circostanze storiche abbastanza importanti tanto che, secondo chi studia la storia della medicina, avrebbero influito anche sull’andamento del conflitto tanto da accelerarne la fine. In questi giorni, spinto dal contesto storico attuale, sono andato a leggere uno studio recente di storia della medicina sull’ondata di influenza “Spagnola” del 1918-19 in Italia. Non si capisce perché questo argomento sia stato piuttosto trascurato dagli storici e, soprattutto, dai manuali di storia. Quando invece avrebbe forse meritato un capitolo importante almeno quanto le due guerre mondiali, non solo per il numero altissimo dei morti, superiori a quelli del conflitto mondiale, ma anche per le conseguenze che comportò.
Nonostante una sorta di rimozione collettiva che si è verificata poi negli anni a seguire, è probabile che quell’epidemia abbia avuto ripercussioni storiche la cui eco è arrivata fino ai nostri giorni, anche nella gestione dell’attuale epidemia.

Il contesto scientifico nel mondo e in Italia era questo: da una parte la microbiologia era una disciplina molto promettente ma ancora immatura soprattutto per ragioni di carattere tecnico. Se i batteri erano oramai conosciuti, osservati al microscopio ottico e studiati, i virus erano stati soltanto teorizzati ma non esistevano ancora strumenti ottici abbastanza potenti per poterli vedere.
Questo ha fatto sì che gli scienziati, molto più di oggi, non avessero una teoria univoca. E si discuteva perfino sull’eziologia della malattia. La malattia veniva già chiamata “influenza”, anche se permanevano altre denominazioni, ma veniva attribuita ai batteri più diversi, che invece in realtà rappresentavano solo complicazioni successive all’insorgere della malattia virale. E la voce di quegli studiosi che indicavano in un “virus filtrabile” l’origine della malattia (cioè in un microrganismo talmente piccolo da passare anche attraverso i filtri che riuscivano a trattenere i batteri) si perdeva tra le tantissime altre voci discordanti tra loro.

Solo una quindicina di anni dopo, negli anni ’30, con l’invenzione del microscopio elettronico, vennero osservati i virus e solo nel 2005, studiando alcuni tessuti polmonari di soldati morti di “Spagnola” nel 1918, si accertò definitivamente che quello del ’18-’19 era un patogeno della “famiglia” dei virus influenzali circolante ancora oggi (A/H1N1). Ma ancora oggi non si hanno certezze sulla ragione per la quale la mortalità di quella variante di H1N1 del 1918-19 fu così alta. E si possono fare solo ipotesi verosimili ma non verificabili sul perché la fascia di popolazione maggiormente colpita fu proprio quella fino ai quarant’anni, mentre invece venivano risparmiati proprio gli anziani che, normalmente, sono invece la fascia colpita più duramente dai virus influenzali.

I medici però concordavano tutti almeno su una cosa: allora come oggi, raccomandavano le norme igieniche. Il distanziamento sociale, la pulizia degli ambienti, del corpo e soprattutto delle mani.
Se in ambiente militare queste raccomandazioni si riusciva in qualche caso a realizzarle, nel mondo civile, in quel contesto storico, queste raccomandazioni apparivano più che altro come una beffa. La povertà era diffusa e la gente era ancora più immiserita dalla lunga guerra. La maggior parte della popolazione non aveva l’acqua corrente in casa e le case erano per lo più piccolissime. Non soltanto si dormiva spesso tutti nella stessa stanza ma si condividevano anche i letti.
La fame e il bisogno inoltre facevano sì che gli assembramenti per procurarsi cibo o medicinali fossero più che frequenti.

Come se questo non bastasse, la gestione della sanità in Italia, secondo le leggi allora in vigore, era di competenza dei singoli comuni. Questo generava una babele di ordinanze comunali, talvolta in contrasto tra loro, che non consentiva di certo una strategia unitaria contro l’epidemia. Anche in quei comuni in cui venivano emanate ordinanze che imponevano il distanziamento sociale, esse restavano puntualmente disattese perché la fame e la necessità di procurarsi da vivere non consentivano a quella fascia di popolazione dai 20 ai 40 anni, cioè la più produttiva ma anche la più soggetta alla letalità della malattia, di restare a casa; e comunque restare a casa, in quella situazione sociale con famiglie molto numerose ammassate in case di piccole dimensioni, non era di certo un rimedio efficace.

Grande enfasi si dava alla necessità di non sputare per terra “soprattutto negli ambienti chiusi”, talvolta c’erano ordinanze che prescrivevano per gli uffici pubblici la presenza di sputacchiere riempite di calce viva per distruggere i batteri. Si diffondevano anche le sputacchiere portatili. Per fortuna oggi questa abitudine è molto meno diffusa.
E si raccomandava, allora come oggi, di non stringersi la mano. Proprio in quei giorni un politico di grandi speranze e giornalista di nome Benito Mussolini scriveva sul “Popolo d’Italia” un veemente attacco, come nel suo stile, contro la “sudicia” usanza di darsi la mano. Se il fascismo adottò poi il saluto romano forse un motivo va ricercato proprio in quei giorni di epidemia.

A peggiorare ulteriormente la situazione, c’era la guerra. Che non soltanto impoveriva la popolazione e prosciugava le casse pubbliche, ma rubava anche il personale sanitario: medici, infermieri e farmacisti, soprattutto se giovani, venivano arruolati nell’esercito e mandati al fronte per curare le truppe. Così la popolazione civile, specie negli ambienti rurali, non trovava chi avesse competenze per curare i malati. In alcune città, come Roma, vennero chiamati per l’emergenza sanitaria anche gli studenti di medicina del 4° e 5° anno non ancora laureati e i medici anziani già in pensione. Ma comunque moltissimi malati, specie nelle zone rurali, ma non solo, trascorrevano tutta la malattia senza essere nemmeno visitati una sola volta da un medico. Questo anche perché i pochi medici disponibili quasi sempre non avevano automobili o mezzi di locomozione utili a spostarsi per grandi distanze.

Oggi spesso si sente dire che la “Spagnola” si diffuse in un mondo chiuso, dove gli spostamenti di persone sarebbero stati limitatissimi a causa della guerra. Questa è un’affermazione errata: non è vero che la guerra limitasse pesantemente gli spostamenti, anzi. Lo spostamento delle truppe e dei prigionieri attraverso varie regioni, il ritorno a casa dei militari in licenza, furono tutti modi con cui il virus poté prendersi “un passaggio” per andare ad infettare nuovi territori.

A tutto questo si aggiungeva la censura di guerra: bisognava cercare di mantenere alto il morale della popolazione. Raramente i giornali presentavano l’emergenza in tutta la sua drammaticità. Ma i convogli ferroviari pieni di bare, i giornali pieni di necrologi di giovani “stroncato da un morbo nel pieno dei suoi anni”, le famiglie intere malate, gli innumerevoli lutti, assieme alle disinfestazioni, l’aumento dei prezzi e la carenza dei medicinali e dei disinfettanti, non potevano di certo passare inosservati. Dovevano essere di certo molto rare le persone dedite all’ottimismo. E forse anche per questo, proprio durante l’autunno del 1918, cioè durante la seconda e di sicuro più letale ondata di influenza “Spagnola” in Europa, il primo conflitto mondiale si concluse.

Ci sarebbero ancora moltissimi altri fatti e osservazioni importanti da aggiungere, per esempio sulle strategie di ospedalizzazione nella Milano di allora confrontante con quelle di oggi; se qualcuno me lo chiederà, ne parlerò prossimamente. Ma so già che se due o tre dei miei lettori saranno arrivati a leggere fino a questo punto, sarà stato già un miracolo. Perciò, per concludere, ringrazio vivamente e con affetto questi due o tre lettori fidati che sono arrivati a leggere tutto ciò che ho scritto fin qui e che quindi considero miei amici fraterni, gli unici qui dentro meritevoli di affetto e di rispetto; e invece colgo l’occasione per dare dell’imbecille, per superficialità e ottusità, a tutti gli altri, ché tanto non leggeranno e dunque non lo sapranno.
Scusate la nota sarcastica finale dopo aver parlato di fatti storici così tragici, ma credo sia stata dettata anche da un naturale bisogno di ottimismo, oltre che da una naturale avversione verso chi non legge testi più lunghi di 160 caratteri, o forse è colpa della censura di guerra. In ogni caso la leggeranno pochissimi, quindi la lascio stare.

 

Nota bibliografica:
Eugenia Tognotti, La «Spagnola» in Italia. Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo (1918-1919), coll. Storia-Studi e ricerche, Franco Angeli, Milano-Roma, IIa 2016

L’immagine:
Edvard Munch, Autoritratto dopo Influenza spagnola

Commenti

  1. Serena

    Miii che antipatica la nota finale 😝
    Io ti leggo e aspetto il seguito. E siccome hai detto che se qualcuno lo avesse chiesto tu lo avresti scritto, ora ti tocca!

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